E se fosse l’Irpinia la prossima destinazione da tenere d’occhio per il vino in Italia?

Una comunità impegnata e vivace di vignaioli del territorio punta a mettere l’Irpinia tra le mete più importanti per il vino in Italia. Anche se ancora pochi lo sanno

Un festival per il vino artigianale, una comunità per il vino irpino

Già la presenza di un Festival così territoriale organizzato dal basso è un buon segnale di una comunità vivace e collaborativa, come non se ne vedono in altre zone spopolate e vittime dell’urbanizzazione galoppante. Fortunato Sebastiano è un enologo che segue numerose cantine in zona e anche fuori dall’Irpinia. “Rispetto ad altre zone è un territorio straordinariamente ancora poco vitato, qui esiste ancora la piccola azienda agricola. A parte rarissimi casi, per mettere insieme 30 ettari devi spostarti di comune in comune. È un mondo per certi versi ancora integro, non si è mai affermata la monocultura della vite, come non si sono mai affermati i vitigni internazionali”. E questo è accaduto per volere di un progetto regionale che in passato ha scoraggiato o vietato l’impianto di vitigni non autoctoni favorendo quelli storici in tutta la Campania. Così anche in Irpinia esistono molte vigne vecchie.

Vitigni autoctoni e non internazionali

L’Irpinia oggi è conosciuta nel mondo essenzialmente per i bianchi” spiega Sebastiano “in particolare Fiano, Greco e anche Falanghina. È stata nominata spesso la Côte-d’Or dell’Italia del Sud. Con l’Aglianico invece abbiamo avuto molte difficoltà. Perché è difficile, è acido, tannico, si presta poco al bere – passami il termine – semplice. Sicuramente c’è un certo fermento legato al mondo artigianale, che sta portando tanta attenzione al vino irpino non solo in chiave mainstream. Dal punto di vista del terroir, c’è un perfetto equilibrio tra clima, suolo e vitigni”. È, a suo modo, anche un territorio vulcanico: “A differenza del Vesuvio dove le viti sono piantate dentro la lava, questa zona è più interessata dalle ceneri. Anche questa è una delle caratteristiche, ma i suoli sono diversissimi tra di loro”.

Un territorio vocato per il vino, protetto dalla sua lontananza

Fare un discorso univoco è dunque molto complesso. Tuttavia esiste un’Irpinia ed esiste un sentimento di appartenenza anche in chi coltiva qui la terra, sebbene le cantine dimostrino tutte una grande diversità tra loro: da quelle più piccole, nate negli ultimi anni (addirittura senza cantina facendo vino presso altri), a chi invece ha fatto molta strada passando da un garage a una bella produzione annuale che supera le 10 etichette come nel caso di Casa Brecceto (gli abbiamo dedicato un intero articolo qui). Sempre ad Ariano Irpino, una delle aziende più grandi della zona è Cantina Giardino. “Nel nostro territorio si è sempre fatto vino, per questo possiamo lavorare con delle vecchie vigne. Noi abbiamo cercato di elevare il territorio mettendo da parte il 15% della produzione per vederne l’evoluzione. Per questo abbiamo circa 75.000 bottiglie di vino in delle cantine ipogee, di cui una del 1500. Vogliamo dimostrare che non solo l’Aglianico, considerato il Barolo del sud Italia, ha una grande longevità. Ma anche il Fiano, il Greco, la Coda di Volpe” dice Daniela De Gruttola. “Qui si è continuato a fare vino sostanzialmente artigianale anche nelle realtà più grandi. Questo territorio è stato molto più duro a cambiare, c’era l’orgoglio di fare il vino in un certo modo”. A Daniela fa eco anche la cantina Don Chisciotte, che si trova nell’Alta Irpinia, e che sottolinea: “abbiamo degli ottimi territori per fare vino”.

Turismo in Irpinia e turismo del vino

Non può mancare l’aspetto romantico, come ci ricordano dalla Cantina Di Pietro, che arriva dall’esperienza di una delle più famose trattorie della zona: “Sono convinto che le persone e i vitigni dopo un po’ si assomiglino, gli irpini sono testardi, non mollano”. Può sembrare una notazione troppo emotiva, ma con la vite che richiede tempo, pazienza e lungimiranza, questa virtù può tornare assai utile. Molte storie di famiglie poi, di vocazioni non andate perdute insieme con i terreni, come nel caso della Tenuta Vincenzo Nardone, di cui fa parte anche Sarah Pompei, una tour operator americana che è tornata in Irpinia nel paese dei nonni a fare turismo, per poi trasferircisi (come abbiamo raccontato).

Cantine giovani, giovani senza cantina e grandi voci del vino

Tra i giovanissimi ci sono i fratelli di Azienda Agricola Antonio Garro, che per ora fanno solo un’etichetta. Antonio ha studiato Agraria a Viterbo ed è tornato in Irpinia per fare un grandissimo lavoro sulla vigna. “Noi manteniamo la tradizione di nostro nonno, con dei piccoli accorgimenti che derivano dall’uso di una strumentazione più moderna” ci spiegano i fratelli, espressione della nuova generazione di vignaioli irpini in crescita. “In Irpinia però ci sono delle difficoltà sociali, di spopolamento, molto grandi. Abbiamo poche volte modo di poter interloquire con persone che amano il vino e fanno questo. Da noi prevale la cerealicoltura” ci spiegano. La loro cantina si trova infatti a Sant’Andrea di Conza, a pochissimi metri dal confine con la Basilicata, una zona dell’Irpinia tra le più periferiche.

Un altro giovane, prima produttore d’olio, è Emanuele Pizzillo dell’Azienda Agricola Pizzillo. “Io sono un errante, non ho una cantina, vado in giro. Qui il territorio è molto vocato, c’è una bella comunità e c’è la possibilità di raccontarlo. Il background lo permette. Certo per molto tempo forse non si è comunicato bene quello che si faceva. Ma eventi come questo lo dimostrano, c’è la possibilità di venire a provare quello che facciamo e di spingere le persone che stanno qui ad andare fuori” partecipando a fiere ed eventi, che fanno comparire il nome dell’Irpinia di fianco a quello di altre zone enologiche iper note. “Insomma: non solo vino ma cultura, passione”.

Le cantine che fanno vino in Irpinia e la storia della coltivazione della vite
https://www.cibotoday.it/storie/territorio/cantine-vino-naturale-festival-irpinia.html
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